Nel luglio 2012 eravamo in ferie a Moena e avevo in mente una ferrata diversa dalle solite, un itinerario capace di portarci su creste poco conosciute, ai margini del gruppo del Catinaccio. La scelta è caduta sulla Ferrata Laurenzi, un percorso severo, panoramico e decisamente poco addomesticato.
Per rendere la giornata ancora più completa, decidiamo di partire da Gardeccia, invece che dall’Altopiano di Siusi, da dove sale la maggior parte degli escursionisti. Raggiungiamo quindi il parcheggio dei pulmini diretti a Gardeccia, che coincide anche con la partenza degli impianti di risalita, e da lì prendiamo il servizio navetta. Una volta arrivati nello spiazzo vicino al Rifugio Gardeccia, inizia subito la lunga salita di avvicinamento.
Il primo tratto conduce verso il Rifugio Vajolet, dapprima con pendenza più marcata, poi attraverso il bosco fino alla base delle Porte Negre. Da qui il sentiero sale con alcuni tornanti ai piedi di Punta Emma, fino a raggiungere uno dei luoghi più belli che io abbia mai visitato: il Rifugio Vajolet, incastonato in un ambiente dolomitico spettacolare.
Dal rifugio si prosegue lungo la Val Vajolet, su un sentiero molto bello che alterna pendii erbosi, tratti più ripidi e brevi sezioni quasi pianeggianti. Poco alla volta si entra nel cuore del Catinaccio, fino a raggiungere il Passo Principe e l’omonimo rifugio. Davanti a noi si apre il Vallone del Principe, mentre più in alto si intuisce il grande canalone ghiaioso che sale verso il Passo del Molignon.
Lasciato sulla destra il sentiero per il Passo d’Antermoia, si scende nel Vallone del Principe, mantenendosi il più possibile in quota e lasciando più in basso il sentiero che porta al Rifugio Bergamo. Dopo una perdita di quota nella parte bassa del vallone, si risale il canalone che scende dal Passo del Molignon. Con alcune svolte si raggiunge la parte alta del canalone e, poco dopo, il Passo del Molignon. Attenzione: non si tratta della prima forcella, ma di quella successiva.
Un cartello indica sulla destra la traccia che conduce all’attacco della Ferrata Laurenzi. Dopo circa 15 minuti si arriva all’inizio della via, con già nelle gambe quasi 950 metri di dislivello e oltre tre ore di cammino. È qui che la giornata cambia volto: da lunga escursione dolomitica diventa un itinerario impegnativo, esposto e molto più alpinistico nello spirito.
La ferrata parte subito con un breve tratto attrezzato su roccette ben appigliate, ma il cavo termina quasi immediatamente. È una caratteristica fondamentale della Ferrata Laurenzi: a differenza di molte ferrate moderne, qui gli infissi sono pochi e distribuiti solo nei punti più delicati. Per lunghi tratti si procede su roccette, creste e tracce esposte, dove servono passo sicuro, esperienza e assoluta assenza di vertigini.
Fino alla Cima del Molignon di Dentro, a quota 2779 metri, la progressione avviene quasi sempre senza attrezzature. Il percorso segue creste aeree e tratti rocciosi, alternando momenti più facili a passaggi dove l’esposizione si fa sentire. L’ultima parte verso la cima, quasi a sorpresa, diventa più dolce e piacevole: si sale su un pendio erboso, comodo e ricco di piccoli fiori rosa, in netto contrasto con la severità delle rocce appena superate.
Dalla cima il panorama è magnifico. Lo sguardo spazia verso l’Alpe di Siusi, la Val Duron e le forme grandiose del Catinaccio. È uno di quei momenti in cui la fatica dell’avvicinamento e la tensione della cresta vengono ripagate da una vista ampia, luminosa, quasi sospesa.
Dalla Cima del Molignon di Dentro inizia il tratto centrale della ferrata, che collega questa vetta alla Cima di Mezzo. Si procede dapprima lungo la cresta, poi con l’aiuto dei cavi nei passaggi più delicati. Anche qui, però, la ferrata non concede mai una protezione continua: ci sono tratti molto esposti in cui il cavo aiuta, ma sulle creste resta indispensabile muoversi con sicurezza, perché non sempre sono presenti ausili, pioli o appigli artificiali.
Superata una prima sezione di cresta, si arriva alla parte più impegnativa dell’intero percorso: una discesa molto ripida lungo una parete con pochi appoggi per i piedi. Il cavo conduce fino a una forcella con un tratto decisamente verticale in discesa, fisico e psicologicamente intenso. Da qui il cavo scompare di nuovo, lasciando spazio ad alcuni fittoni che possono essere utili per eventuali assicurazioni con corda.
Il tratto successivo è uno dei più delicati: si risale su una traccia molto esposta, su terreno friabile e senza cavo. L’ultima parte verso la cima presenta roccette di I e II grado, fino a raggiungere la Cima di Mezzo. L’ambiente qui cambia ancora: la roccia diventa scura, quasi nera, e il paesaggio assume un aspetto lunare, come se per qualche minuto ci si trovasse su Marte o sulla Luna.
Dalla Cima di Mezzo si prosegue più facilmente seguendo ometti e indicazioni fino alla Cima del Molignon di Fuori. Questo tratto, pur rimanendo in ambiente severo e d’alta quota, risulta meno impegnativo rispetto alle sezioni precedenti e permette di godere ancora dei panorami aperti verso il Catinaccio, l’Alpe di Siusi e le vallate circostanti.
Dalla Cima del Molignon di Fuori si torna indietro per imboccare la parte di ferrata che scende verso il Vallone d’Antermoia. Si seguono tracce e ometti su terreno esposto e franoso, traversando con attenzione fino a raggiungere un costone staccato, dove inizia l’ultima sezione attrezzata.
Il cavo permette di perdere quota rapidamente. All’inizio la discesa avviene su roccette relativamente facili, poi gli ultimi 20 metri diventano molto verticali e in alcuni punti quasi strapiombanti. È un finale intenso, che richiede ancora concentrazione, braccia presenti e lucidità, anche perché arriva dopo molte ore di cammino e ferrata.
Terminata la parte attrezzata, si continua su un sentierino esposto fino a raggiungere un canalone che consente di scendere nel fondovalle. Da qui la giornata non è ancora finita: bisogna risalire al Passo d’Antermoia, con altri 234 metri di dislivello, e poi scendere nuovamente verso il Rifugio Passo Principe. Una volta tornati sul percorso dell’andata, si rientra passando dal Rifugio Vajolet e infine da Gardeccia, dove si riprende il pulmino.
Nel complesso, la Ferrata Laurenzi è un itinerario affascinante, selvaggio e molto impegnativo. Non è una ferrata da affrontare con leggerezza: richiede esperienza, sicurezza nei tratti esposti, assenza di vertigini e capacità di muoversi anche dove il cavo non c’è. Proprio per questo, però, lascia un ricordo fortissimo. È una traversata di cresta vera, sospesa tra il Catinaccio e l’Alpe di Siusi, con panorami mozzafiato e un ambiente dolomitico di rara intensità.
Una giornata lunga, faticosa e bellissima, condivisa con Chiara, in uno degli angoli più spettacolari e severi delle Dolomiti.
Federico e Chiara 17 luglio 2012














































